venerdì 15 luglio 2011

Cosa succede alla Guardia di finanza

La recente bufera mediatica che ha colpito il corpo della Guardia di finanza, conseguente alle risultanze di indagini portate avanti da alcune procure, ha portato e sta portando ad un notevole appannamento dell'immagine di questa istituzione.
Non voglio entrare nel merito delle accuse rivolte ad alcuni gallonatissimi membri di questo corpo, auspico soltanto che le rispettive posizioni si chiariscano presto per il bene dei finanzieri onesti e in ultima analisi dello stato.
Sui giornali e nei vari media - per non parlare del web - sono apparse frettolose e epidermiche analisi della questione che, pur centrando, in qualche caso, alcuni aspetti del problema, proprio non riescono a focalizzare la questione.
Secondo molti commentatori e opinionisti il problema principale è la ciclicità con cui rilevanti scandali di natura morale coinvolgono i vertici del corpo in questione, traendone da questa constatazione, il convincimento che la Guardia di finanza sia una organizzazione intrinsecamente deviata, distinguendosi così dalle altre forze dell'ordine.
Altri focalizzano l'attenzione su particolari della vicenda emergente, ad esempio evidenziando l'aspetto delle cosiddette "cordate", dipingendo un quadro in tinte fosche di complotti e manovre da corte rinascimentale.
Altri ancora individuano nella recente legge sulla nomina dei vertici dei finanzieri, che prevede, adesso, la possibilità di nomina di un comandante generale proveniente dalle file del corpo. Questo nuovo traguardo - dicono o fanno intendere- avrebbe affinato gli appetiti di carriera delle alte gerarchie interne alla finanza e dato il via ad una sfida spregiudicata per indebolire gli avversari e trovare un protettore politico in grado di sostenere le ambizioni dei pretendenti all'alta carica.
Come tutte le analisi degli organi di informazione nazionali queste posizioni tradiscono una impostazione superficiale, derivante dalla scarsa conoscenza di un mondo estraneo e poco compreso come quello dei copri militari, la necessità di tenere dietro alle novità e ai colpi di scena della cronaca obbliga gli estensori di queste opinioni a rempire le manchevolezze di documentazione con il solito impasto di pregiudizi, preconcetti e luoghi comuni che caratterizza tanta parte della pubblica informazione nostrana.

Non è, in primo luogo, vero che le altre organizzazioni siano immuni da scandali e problemi.
La cronaca è gremita di episodi piccoli e grandi che coinvolgono alti funzionari delle altre organizzazioni.
L'elemento caratterizzante gli episodi ricorrenti che coinvolgono i finanzieri é il campo economico.
Dunque ciò non deriva da un peccato originale, da un tarlo genetico e morale dell'appartenente alla finanza, discende dal campo di azione principale di questo corpo, quello economico,.
Da sempre, tranne che in casi di crimini particolarmente efferati, poi, l'opinione pubblica è sensibile alla spettacolarizzazione degli episodi di corruttela e la finanza è un corpo che non è mai stato amato, al massimo rispettato.
I militari della guardia di finanza sono visti come quelli che mettono le mani in tasca ai cittadini, o meglio a quella consistente parte della società nazionale costituita dai piccoli imprenditori dai negoziantidagli artigiani, categorie che apprezzano il poliziotto-guardia giurata, a cui offrono volentieri un caffè, un pranzo o un regalo senza recriminazioni ma che detestano il finaziere-esattore.
Molti degli stessi statali, mediamente più caldi verso i finanzieri, li detestano perchè spesso scovano i doppi lavori, gli affitti in nero e gli affari di piccolo cabotaggio che molti poco impegnati lavoratori della collettività commettono nel loro ampio tempo libero.
Poco importa che solo una parte marginale dei finanzieri effettui l'attività di controllo fiscale, l'immagine è quella e ogni ombra o sosèpetto di disonestà che possa confermare giudizi o pregiudizi viene entusiasticamente ascoltata e amplificata.
I finanzieri dunque operano in un settore difficile, dove il buono e il cattivo è determinato da una normativa contraddittoria e spesso poco equa.
Il loro lavoro non li mette in contatto con la parte peggiore o più depressa della società ma li mette a confronto con persone agiate, spesso facoltosissime abituate ad acquistare quello che vogliono, che sia un macchina, una barca, un palazzo, una donna un parlamentare o un uomo.
I cattivi delle altre forze di polizia si mettono in combutta con le loro controparti, prostitute, drogati e spacciatori, ladri e mafiosi, i finazieri infedeli trattano con commercianti imprenditori, professionisti vari che spesso traslocano nell'agone politico.

Quale soluzioni trovare , dunque.
E' semplice nelle parole ma difficile nei fatti, basta o togliere queste competenze operative alla finanza riconducendola al suo primordiale ruolo di polizia doganale e di confine, ruoli importantissimi, peraltro, negli ultimi tempi ovvero imbrigliare il corpo in una serie di regole più stringenti di quelle valevoli per i colleghi carabinieri e poliziotti.
Regole accompagnate da riconoscimenti in termini stipendiali e di indennità, non per renderli meno tentabili, che è una sciocchezza in quanto il corrotto è sempre corrotto indipendentemente dall'appannaggio di cui legalmente gode, ma per compensare le maggiori privazioni alle quali devono sottostare.

Sono queste strade praticabili?
E' difficile stimarlo in quanto richiederebbero un approccio articolato e costoso che interessi la selezione del personale -non eccelsa in quanto ancora basata su dinamiche sorpassate- l'addestramento e la formazione nonchè le risorse da destinare.

Per quanto riguarda le cosiddette cordate, anche qui l'opinione è condizionata dal pregiudizio e dalla superficialità.
Si parla di organizzazioni ordinate gerarchicamente, i cui vertici sono composti da esponenti selezionati da una lunga carriera nelll'istituzione.
Normalmente gli enti militari e civili selezionano le proprie gerarchie interne attraverso un complesso sistema che combina la ponderazione dell'anzianità acquisita con la valutazione delle qualità possedute.
In questo processo più si va avanti più diventa importante l'affidabilità dei soggetti selezionati, la fedeltà ai membri dell'stituzione stessa.
Il processo è una cooptazione dall'alto che porta a replicare vertici i cui membri sono depositari e dei sistemi di valori di quelli che vanno a integrare e poi sostituire.
E' del tutto normale che, a parità di titoli, siano selezionati quei soggetti di cui i selezionatori hanno una conoscenza diretta, non mediata da documenti o risultanze cartacee e che un dirigente voglia circondarsi di persone con cui ha già lavorato e di cui rispetta le qualità professionali, di qualunque genere siano.
In tutte le organizzazioni si creano di queste "cordate" che non sono un problema in se quando risultato di un processo virtuoso e a suo modo trasparente.
Diventano un problema se la selezione è opaca e soprattutto se i valori vincenti non sono propriamente morali.


domenica 23 novembre 2008

Stati Uniti

La consueta sbornia di commenti non è ancora passata e tutti, compresi quelli che affermano il contrario, cercano di ricondurre l'interpretazione del più importante evento politico dall'11 settembre 2001, alle anguste e stantie categorie nostrane, sia in malafede sia per scarse capacità di immedesimazione.
Non desidero far parte, nel mio piccolo, di questa compagnia.
Mi limito a rilevare, prima di tutto, come l'evento sia perfettamente in sintonia con l'evoluzione politica dell' America statunitense, così in avanti per progresso democratico, rispetto al nostro desolante panorama quotidiano e, in secondo luogo, che, da quanto vedo, ancora una volta, dopo un chiuso periodo di conservatorismo, l'elettorato del grande paese ha voluto premiare o meglio dare una possibilità al" razionalismo messianico" di un outsider in grado di intercettare i desideri indistinti e istintivi della maggior parte di chi ha desiderato e creduto nel concorrente vincitore.

venerdì 25 luglio 2008

Spagna

Poco tempo fa, dopo vent'anni dalla volta precedente, sono tornato in Spagna per un breve viaggio.
Avevo vivido il ricordo di un paese decisamente arretrato rispetto all'Italia, una versione latina di uno stato d'oltrecortina, senza la diffidenza dei primi tempi dal fallimento del Comunismo e senza, almeno per quelli appartenenti alla koinè austroungarica, quell'impressione di sopravvivenza sulle macerie di una passata gloria.
Un paese dignitoso, relativamente ordinato, con parecchi punti di affinità con le parti meno progredite del nostro sud, confusione, servizi approssimativi, treni e stazioni fatiscenti, città disordinate e pulite in modo approssimativo, con vasti e brutti quartieri popolari.
Il contrasto fra la passata e la presente immagine è stato stupefacente, la Spagna di oggi è un paese dinamico, organizzato e moderno: stazioni pulite ed ordinate, treni puntuali, vasti aeroporti, fiore all'occhiello e mirabile biglietto da visita del paese. I servizi e la burocrazia locale rapidi, efficienti e solerti, dovunque un'atmosfera di allegra e concorde operosità.
Ho incontrato anche senza tetto dormire sui marciapiedi e tossici in metropolitana, ma questi fenomeni di emarginazione sociale erano inseriti in una realtà tollerante ma non indifferente, evidentemente controllati ed oggetto di iniziative di assistenza e recupero serie, organizzate e non autoreferenziali.
Il confronto, al ritorno in Italia, è apparso ancor più stridente, aeroporti bui ed invecchiati, servizi approssimativi, decoro pubblico inesistente, disorganizzazione più o meno generalizzata, una popolazione attiva, apparentemente malmostosa, attenta quasi esclusivamente al proprio tornaconto ed incapace di identificarsi in un moto comune, di operare per il bene collettivo.

venerdì 18 luglio 2008

Troppe polizie ?

Periodicamente, sui giornali e talvolta nei talk show, riaffiora il luogo comune secondo cui l'Italia sarebbe il paese delle troppe polizie.
Secondo i proparlatori di questa affermazione in Italia, a differenza di quanto accade nelle altre nazioni evolute, la gestione dell'ordine pubblico è affidata a troppe organizzazioni concorrenti che si ostacolano a vicenda e, sovrapponendosi, disorientano il cittadino, determinando sprechi.
Questa opinione, seppur parzialmente condivisibile in alcuni aspetti, non poggia su presupposti veritieri.
La fortuna e popolarità della tesi, che viene costantemente enunciata ma mai spiegata, si annida probabilmente nella tradizionale sfiducia e diffidenza del cittadino italiano verso l'organizzazione statale, vista di volta in volta, e contraddittoriamente, come troppo invasiva ed invadente, occhiuta e repressiva, distante, lontana e lassista.
Quando si parla di polizia poi, se ne chiede contemporaneamente di più e più presente, lamentandosi allo stesso tempo della dimensione del comparto sicurezza, del numero delle forze che lo compongono e dell'entità numerica complessiva degli addetti, facendo riferimento a calcoli o stime alquanto imprecisi e variabili.
Si coglie in questa posizione apodittica, inoltre, il malcelato fastidio verso le forze dell'ordine nel loro complesso, utili se limitano la propria attività agli altri, ma fastidiose quando interferiscono negli interessi personali, secondo l'ottica, questa sì tipicamente nazionale, del doppio metro di giudizio, comprensivo nei confronti del particulare, intransigente verso i terzi.
Ma come nasce questo luogo comune e qual'è la situazione reale italiana?
Sino al 1981 non vi era una definizione precisa di polizia e le varie organizzazioni operanti nell'ambito dell'ordine pubblico, nate e cresciute in risposta a contingenti necessità nel corso della storia nazionale, non erano precisamente inquadrate.
Con il 1981, con la legge che ha portato alla riorganizzazione della polizia di stato, si affermò che le forze di polizia erano la Polizia di Stato, appunto, l'Arma dei carabinieri, la Guardia di finanza, il Corpo forestale dello Stato e infine l'allora Corpo degli agenti di custodia. In sostanza lo stato italiano riconobbe come forze di polizia, cinque organizzazioni con caratteristiche e compiti anche molto diversi e specialistici.
La medesima legge dettava delle norme per provvedere al coordinamento dell'attività di questi corpi, considerando i primi tre, in virtù dell' entità e dei compiti istituzionali come forze di polizia generali, vale a dire deputate, facendo salve le priorità e specifiche di ciascuna, alla tutela generale delle leggi dello stato e gli altri due come accessori, in quanto specificamente confinati in ristretti ambiti operativi.
Di questi solo la polizia e i carabinieri ricoprono a pieno titolo il ruolo di forze di polizia generali perchè le funzioni speciali di ciascuna hanno un peso percentuale trascurabile sulla totalità dei loro servizi.
Quindi l'Italia ha di fatto due polizie generali, una speciale con significative capacità operative generali e due specializzate, le cui incursioni al di fuori delle materie di competenza sono paragonabili a quelle fatte dai vari uffici dello stato titolari di competenze settoriali di controllo.
Se uno guarda ai paesi con tradizioni amministrative e giuridiche comuni e paragonabili alle nostre, si accorge che la situazione non è poi molto diversa: la Francia, ad esempio, ha due forze di polizia generali, di cui una, la gendarmeria, oltre ad esserne la matrice, è la perfetta controparte dei nostri carabinieri. Non ha una guardia di finanza, in quanto le competenze affidate ad essa sono ripartite fra una pluralità di organismi, anche non di polizia, fra cui le guardie doganali, un corpo in uniforme che si occupa di quell'ampio settore operativo che da noi impegna circa un terzo dei finanzieri.
Per quanto riguarda i compiti svolti dalle nostre guardie forestali e dalla polizia penitenziaria, esistono analoghi organismi, non annoverati fra le forze di polizia, che attendono a questi incarichi.
Un cittadino francese potrà, quindi, essere fermato da un gendarme, un poliziotto, un doganiere, se vicino a porti o confini, un poliziotto rurale, se campeggia, e sorvegliato da un agente dell'amministrazione penitenziaria, se arrestato.
In Spagna, paese che da qualche tempo guardiamo con diffidenza per via del supposto "sorpasso" ai nostri danni, esiste una situazione più complessa, in virtù dalla federalizzazione di fatto, dello stato in alcune materie, fra cui la gestione dell'ordine pubblico.
Coesistono a livello nazionale la guardia civil, una forza militare ispirata ai nostri carabinieri, e non a caso conosciuta come la benemerita g.c. fra gli iberici, le polizie nazionali e regionali del regno spagnolo, alle quali si affiancano forestali, doganieri, personale carcerario, che attendono alle stesse funzioni delle nostre forze di polizia.
La situazione di questi grandi paesi è analoga alla nostra con la differenza che non esiste una etichetta legislativa che raggruppa, dopo averle individuate, le forze di polizia in un contenitore legislativo unitario.
Questo luogo comune, come tutti i preconcetti, si ferma alla superficie, schematizzando una situazione e banalizzando implicitamente la soluzione individuandola nell' "o...o" , o in un modo o in un altro, infatti la soluzione più sovente suggerita a corollario, è l'unificazione delle forze coesistenti in un unico organismo come accadrebbe "in altri paesi" che, a ben vedere si riducono a stati omogenei socialmente, territorialmente, stabili politicamente e, soprattutto poco popolati, con solide tradizioni di sobrietà nei rapporti fra poteri, cittadini e classi sociali.
Così impostato il problema trascura il vero nocciolo della questione, che costituisce la differenza fra l'assetto nazionale e quello degli altri paesi anche simili.
Difatti ad essere problema, in realtà non è il numero di forze, ma la loro scarsa coordinazione, non tanto operativa, ma di competenze e di campi d'azione, cosa che determina le sovrapposizioni, che si realizzano non tanto sul campo ma nella coesistenza di articolazioni specializzate in seno a ciascuna forza che si occupano delle stesse materie, talvolta con esiti migliori della forza deputata istituzionalmente al quel lavoro. si hanno così organismi scientifici nella polizia e nei carabinieri, sale operative indipendenti, polizie ecologiche ed ambientali per ogni organismo e così via.
Il vero problema, che si nasconde dietro il comodo luogo comune in argomento è che l'autorità competente non è in grado, non vuole o non vede che la soluzione sta, non nell'accorpamento di forze ma nella distinzione di funzioni e campi di azione, individuando cosa si deve fare, come lo si deve fare (con quali mezzi) e chi lo deve fare.
Più che sulla riduzione delle risorse alle forze dell'ordine ci si dovrebbe arrabbiare sulla mancata razionalizzazione del comparto al fine di ottimizzare e valorizzare le sempre più scarse risorse disponibili.