Periodicamente, sui giornali e talvolta nei talk show, riaffiora il luogo comune secondo cui l'Italia sarebbe il paese delle troppe polizie.
Secondo i proparlatori di questa affermazione in Italia, a differenza di quanto accade nelle altre nazioni evolute, la gestione dell'ordine pubblico è affidata a troppe organizzazioni concorrenti che si ostacolano a vicenda e, sovrapponendosi, disorientano il cittadino, determinando sprechi.
Questa opinione, seppur parzialmente condivisibile in alcuni aspetti, non poggia su presupposti veritieri.
La fortuna e popolarità della tesi, che viene costantemente enunciata ma mai spiegata, si annida probabilmente nella tradizionale sfiducia e diffidenza del cittadino italiano verso l'organizzazione statale, vista di volta in volta, e contraddittoriamente, come troppo invasiva ed invadente, occhiuta e repressiva, distante, lontana e lassista.
Quando si parla di polizia poi, se ne chiede contemporaneamente di più e più presente, lamentandosi allo stesso tempo della dimensione del comparto sicurezza, del numero delle forze che lo compongono e dell'entità numerica complessiva degli addetti, facendo riferimento a calcoli o stime alquanto imprecisi e variabili.
Si coglie in questa posizione apodittica, inoltre, il malcelato fastidio verso le forze dell'ordine nel loro complesso, utili se limitano la propria attività agli altri, ma fastidiose quando interferiscono negli interessi personali, secondo l'ottica, questa sì tipicamente nazionale, del doppio metro di giudizio, comprensivo nei confronti del particulare, intransigente verso i terzi.
Ma come nasce questo luogo comune e qual'è la situazione reale italiana?
Sino al 1981 non vi era una definizione precisa di polizia e le varie organizzazioni operanti nell'ambito dell'ordine pubblico, nate e cresciute in risposta a contingenti necessità nel corso della storia nazionale, non erano precisamente inquadrate.
Con il 1981, con la legge che ha portato alla riorganizzazione della polizia di stato, si affermò che le forze di polizia erano la Polizia di Stato, appunto, l'Arma dei carabinieri, la Guardia di finanza, il Corpo forestale dello Stato e infine l'allora Corpo degli agenti di custodia. In sostanza lo stato italiano riconobbe come forze di polizia, cinque organizzazioni con caratteristiche e compiti anche molto diversi e specialistici.
La medesima legge dettava delle norme per provvedere al coordinamento dell'attività di questi corpi, considerando i primi tre, in virtù dell' entità e dei compiti istituzionali come forze di polizia generali, vale a dire deputate, facendo salve le priorità e specifiche di ciascuna, alla tutela generale delle leggi dello stato e gli altri due come accessori, in quanto specificamente confinati in ristretti ambiti operativi.
Di questi solo la polizia e i carabinieri ricoprono a pieno titolo il ruolo di forze di polizia generali perchè le funzioni speciali di ciascuna hanno un peso percentuale trascurabile sulla totalità dei loro servizi.
Quindi l'Italia ha di fatto due polizie generali, una speciale con significative capacità operative generali e due specializzate, le cui incursioni al di fuori delle materie di competenza sono paragonabili a quelle fatte dai vari uffici dello stato titolari di competenze settoriali di controllo.
Se uno guarda ai paesi con tradizioni amministrative e giuridiche comuni e paragonabili alle nostre, si accorge che la situazione non è poi molto diversa: la Francia, ad esempio, ha due forze di polizia generali, di cui una, la gendarmeria, oltre ad esserne la matrice, è la perfetta controparte dei nostri carabinieri. Non ha una guardia di finanza, in quanto le competenze affidate ad essa sono ripartite fra una pluralità di organismi, anche non di polizia, fra cui le guardie doganali, un corpo in uniforme che si occupa di quell'ampio settore operativo che da noi impegna circa un terzo dei finanzieri.
Per quanto riguarda i compiti svolti dalle nostre guardie forestali e dalla polizia penitenziaria, esistono analoghi organismi, non annoverati fra le forze di polizia, che attendono a questi incarichi.
Un cittadino francese potrà, quindi, essere fermato da un gendarme, un poliziotto, un doganiere, se vicino a porti o confini, un poliziotto rurale, se campeggia, e sorvegliato da un agente dell'amministrazione penitenziaria, se arrestato.
In Spagna, paese che da qualche tempo guardiamo con diffidenza per via del supposto "sorpasso" ai nostri danni, esiste una situazione più complessa, in virtù dalla federalizzazione di fatto, dello stato in alcune materie, fra cui la gestione dell'ordine pubblico.
Coesistono a livello nazionale la guardia civil, una forza militare ispirata ai nostri carabinieri, e non a caso conosciuta come la benemerita g.c. fra gli iberici, le polizie nazionali e regionali del regno spagnolo, alle quali si affiancano forestali, doganieri, personale carcerario, che attendono alle stesse funzioni delle nostre forze di polizia.
La situazione di questi grandi paesi è analoga alla nostra con la differenza che non esiste una etichetta legislativa che raggruppa, dopo averle individuate, le forze di polizia in un contenitore legislativo unitario.
Questo luogo comune, come tutti i preconcetti, si ferma alla superficie, schematizzando una situazione e banalizzando implicitamente la soluzione individuandola nell' "o...o" , o in un modo o in un altro, infatti la soluzione più sovente suggerita a corollario, è l'unificazione delle forze coesistenti in un unico organismo come accadrebbe "in altri paesi" che, a ben vedere si riducono a stati omogenei socialmente, territorialmente, stabili politicamente e, soprattutto poco popolati, con solide tradizioni di sobrietà nei rapporti fra poteri, cittadini e classi sociali.
Così impostato il problema trascura il vero nocciolo della questione, che costituisce la differenza fra l'assetto nazionale e quello degli altri paesi anche simili.
Difatti ad essere problema, in realtà non è il numero di forze, ma la loro scarsa coordinazione, non tanto operativa, ma di competenze e di campi d'azione, cosa che determina le sovrapposizioni, che si realizzano non tanto sul campo ma nella coesistenza di articolazioni specializzate in seno a ciascuna forza che si occupano delle stesse materie, talvolta con esiti migliori della forza deputata istituzionalmente al quel lavoro. si hanno così organismi scientifici nella polizia e nei carabinieri, sale operative indipendenti, polizie ecologiche ed ambientali per ogni organismo e così via.
Il vero problema, che si nasconde dietro il comodo luogo comune in argomento è che l'autorità competente non è in grado, non vuole o non vede che la soluzione sta, non nell'accorpamento di forze ma nella distinzione di funzioni e campi di azione, individuando cosa si deve fare, come lo si deve fare (con quali mezzi) e chi lo deve fare.
Più che sulla riduzione delle risorse alle forze dell'ordine ci si dovrebbe arrabbiare sulla mancata razionalizzazione del comparto al fine di ottimizzare e valorizzare le sempre più scarse risorse disponibili.
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